Salgari: dalla pagina allo schermo 

Il gioco è vecchio. Si chiama “Se fosse”. Lo fanno i bambini. Ma anche gli adulti in vena di distensione. Si tratta di indovinare il nome di un personaggio elencando una serie di “se fosse”. Se fosse un animale, un oggetto, un vegetale, una nazione, un libro, un marinaio, un attore…  Vince chi indovina per primo. Facciamolo anche noi, rimanendo sui sette “se fosse” di sopra. Ecco, nell’ordine, cosa sarebbe il nostro personaggio: una tigre, un pugnale, un albero della giungla, l’India, un romanzo di avventure, un corsaro, Kabir Bedi. Stop. Troppo facile. Complichiamolo, non per difetto, ma per eccesso. E se fosse un film? Quasi 50 titoli a disposizione. Un’enormità nel panorama della storia del cinema, a tal punto da invitarci a sostituire il facile “se fosse” – tanto, ormai, anche i bambini hanno capito che stiamo parlando di Emilio Salgari – con in più complicato “come mai”. Come mai tutto questo interesse dei registi per le opere del romanziere veronese?

Il cinema di evasione         

E’ risaputo che se la curiosità spinse i primi spettatori a frequentare il Gran Café del Boulevard des Capucines di Parigi per vedere con i propri occhi l’invenzione dei fratelli Lumiére, la voglia di evasione fece in modo che, in Francia come nel resto del mondo, il giocattolo diventasse terapeutico. Si stava passando da un secolo all’altro trascinandosi dietro l’entusiasmo di nuove scoperte e l’ansia di imprevedibili avvenimenti storico-sociali. Ben presto, andare al cinema significò andarsi a tuffare in avventure fantastiche per dimenticare preoccupazioni e dispiaceri. Non c’era ancora posto per il cinema impegnato e di denuncia. Quale autore meglio di Salgari poteva, pertanto, offrire idee e soggetti per la trasposizione di avventure fantastiche dalla pagina allo schermo? Nove anni dopo la tragica scomparsa del romanziere, un regista poco conosciuto (1), in soli 2 anni (1920-1921),  gira ben 6 brevi film muti e in bianco e nero, tutti tratti dal ciclo “I corsari delle Antille” (2). Siamo nel primo dopoguerra e, in America, la Warner ha già lanciato sul mercato i primi film sonori. In Italia, dopo il tentativo fallito di una riduzione cinematografica (3),  sarà  Amleto Palermi a realizzare, nel 1937, Il corsaro nero, affidando la parte del protagonista al campione di scherma Ciro Verratti. Il fascino dell’avventura e il mito della lotta che hanno trovato terreno fertile nell’ideologia fascista non si spengono nemmeno quando soffia il vento della seconda guerra mondiale.  Nel 1941, negli stabilimenti di Cinecittà voluti da un Benito Mussolini convertito definitivamente alla potenza del cinema per ottenere consenso e scatenare l’entusiasmo delle masse (4), Giorgio Simonelli ed Enrico Guazzoni girano contemporaneamente e con lo stesso protagonista (Massimo Girotti) due film tratti dai romanzi di Salgari: Le due tigri e I pirati della Malesia.  L’infaticabile Guazzoni, passando da Cinecittà agli stabilimenti Pisorno di Tirrenia, firma nello stesso anno anche La figlia del Corsaro Verde con Doris Duranti nei panni di Manuela e Primo Carnera in quelli di El Cabezo. Sulla rivista “Film” (5) Osvaldo Scaccia così commenta: "Un film salgariano, con duelli, arrembaggi e zuffe. A parte alcuni semplicismi di narrazione, è un film eccellente, acceso, vivo. Prodotto con larghezza di mezzi e diretto con ritmo incalzante, farà rivivere a tutti le ore deliziose trascorse, da ragazzi, sulle indimenticabili pagine del romanziere veronese.”   

Doris Duranti ne “La figlia del Corsaro Verde” (1941) di Enrico Guazzoni

 

La realtà toglie spazio alla fantasia 

Le ore deliziose in compagnia dei personaggi salgariani gli spettatori italiani cercano di passarle anche nel 1942. Dal fronte russo e da El Alamein arrivano notizie poco confortanti e si ritiene che i film di cappa e spada, con finale positivo, possano contribuire a sollevare il morale. Corrado D’Errico è uno specialista di questo genere di film; sceneggia due romanzi di Salgari e progetta due film “in serie”: Capitan Tempesta e Il leone di Damasco. Muore prima di compiere 40 anni e toccherà ad altri registi completare le riprese (6).  La guerra, oltre a rendere difficoltose le realizzazioni dei film, allontana gli spettatori dalle sale. Crolla la produzione, i dipendenti vengono licenziati, il cinema fascista si trasferisce a Venezia, Cinecittà viene occupata dai nazisti che la utilizzano come luogo di concentramento dei civili rastrellati, più di un film resta incompiuto (7). In attesa di quella che sarà la migliore stagione del cinema italiano, i registi più dotati si eclissano e le case di produzione si affidano a modesti autori. Tra questi, anche un campione mondiale di sci, Marco Elter, che dirige sei film, tra i quali due tratti dai romanzi di Salgari:  Il figlio del Corsaro Rosso (1942) e Gli ultimi filibustieri (1943) (8).   La fine della guerra segna l’inizio del neorealismo. E’ una stagione breve, ma incisiva. La strada tracciata dai grandi Maestri - De Sica e Zavattini, Rossellini e Visconti – viene seguita da uno stuolo di registi che il mondo ci invidierà (9). La realtà, anche se triste, toglie spazio alla fantasia. Almeno per un decennio. Poi, negli anni ’50, si tornerà a sognare e non è forse per caso che a riprendere spunto dalle avventure fantastiche narrate da Salgari sarà un poliedrico autore – scrittore, sceneggiatore, regista – con alle spalle esperienze di neorealismo: Mario Soldati. Utilizzando la stessa troupe, il regista torinese gira in contemporanea sia I tre corsari  che Jolanda, la figlia del Corsaro Nero. I produttori Carlo Ponti e Dino De Laurentis gli mettono a disposizione un budget risicato e lo costringono a girare le scene navali dei due film in un’unica mezza nave ancorata nei pressi del Castello Odescalchi di Palo Laziale. Ne vengono fuori due film scialbi e – come si espresse la critica – di “inutile e sterile divertimento”. 

“I tre corsari” (1952) regia di Mario Soldati

 

Eroi di polistirolo           

Non ebbe maggiore successo Il tesoro del Bengala diretto, nel 1953, da Gianni Vernuccio, documentarista durante la seconda guerra mondiale. Modesti anche i risultati ottenuti dalla coppia Gian Paolo Callegari e Ralph Murphy con I misteri della giungla nera (1953) e La vendetta dei Thugs (1954). Con “i favolosi anni Sessanta” all’orizzonte, cresce la voglia di riproporre agli spettatori avventure strepitose e gesta fantastiche. Eroi mitologici si calano nei personaggi di Salgari. Primo Zeglio, sempre più affascinato dalle avventure di terra e di mare (10), sceglie l’attore Lex Barker, che aveva già interpretato in cinque film Tarzan, per la fedele trasposizione de Il figlio del Corsaro Rosso (1958) e Steve Reeves, l’Ercole che sollevava macigni di polistirolo, per un criticato (11) Morgan il Pirata (1960).  Sulla scia del kolossal si pone anche Cartagine in fiamme realizzato nel 1959 da Carmine Gallone, il regista che durante il Fascismo aveva inneggiato al Duce con lo storico Scipione l’Africano e che, dopo il successo planetario de I dieci comandamenti (1956), qualcuno aveva definito “il Cecil B. De Mille italiano”. Dal 1963 al 1965, appaiono sugli schermi ben sette film salgariani. Sembra una gara tra due registi di mestiere: Umberto Lenzi e Luigi Capuano. Il primo sposta il set a Ceylon e richiama Steve Revees per interpretare Sandokan in Sandokan la tigre di Mompracem (1963), ottiene risultati più modesti con I pirati della Malesia (1964) (12), anticipa in qualche modo le mirabolanti gesta di Indiana Jones con La montagna di luce (1965). Il secondo, alternando libere interpretazioni e fedeli ricostruzioni dei romanzi di Salgari, prima realizza contemporaneamente sia Sandokan alla riscossa (1964) che il suo seguito, Sandokan contro il leopardo di Sarawak (1964) e, appena un anno dopo, I misteri della giungla nera (1965) (13) e L’avventuriero della Tortuga (1965), tratto da Gli ultimi filibustieri.  In tutti questi film si avverte già una contaminazione dei generi filmici. All’interno del genere avventuroso, oltre il cappa e spada e lo storico, si fa largo anche il western all’italiana. Sintomatico, a tal riguardo, I predoni del Sahara (1966) di Guido Malatesta. Il regista e gli attori americanizzano i loro nomi (14), le scene vengono spettacolarizzate con attacchi di selvaggi, il finale è da arrivano i nostri.  Salgari viene tirato a forza dentro le vicende; più del contenuto interessa sfruttare il fascino delle atmosfere evocate nei suoi romanzi. E così Il Corsaro Nero (1971) di Vincent Thomas (15) si ricorda più per la presenza della coppia Terence Hill / Bud Spencer che per la nave carica di sabbia che i pirati assaltano alla ricerca dell’oro. Si ricorda ancora meno Le tigri di Mompracem, concepito come classico prodotto di consumo e diretto da Mario Segui nello stesso anno (1971) (16).

Terence Hill e Bud Spencer ne “Il corsaro nero” (1971) di Vincent Thomas

 

Nel sacco della Befana                                                                                                

Il cinema aveva sfruttato al massimo il più grande scrittore italiano di romanzi d’avventura e sembrava di avere raschiato il fondo del barile. Sembrava.  Nessuno poteva prevedere quello che stava per accadere (17). Il 6 gennaio del 1976, a sorpresa (18), viene trasmessa la prima puntata dello sceneggiato televisivo Sandokan, coproduzione Italo-Franco-Tedesca. Firma la regia Sergio Sollima, specialista, con l’amico Sergio Leone, del genere spaghetti western. Nel cast figurano Carole André come “la Perla di Labuan”, il cattivo Adolfo Celi, il beffardo Philippe Leroy e uno sconosciuto attore indiano: Kabir Bedi. 27 milioni di italiani, entusiasti per quel regalo della Befana, rimasero incollati al piccolo schermo. Lo sceneggiato, liberamente ispirato ai 19 romanzi del ciclo indo-malese di Salgari e girato in India, Malesia e Thailandia, fu trasmesso dalla RAI in sei puntate (19) e divenne un caso televisivo e di costume: pioggia di lettere nella sede di Viale Mazzini, figurine dei protagonisti nelle edicole, poster, fumetti, giocattoli, statuette di plastica, adesivi, magliette, costumi di Carnevale, riedizione dei libri di Salgari. Servì a poco la critica tagliente degli intellettuali che sottolinearono le incongruenze del racconto e condannarono “l’operazione culturale sciocca e inutile di riesumare in televisione romanzi ridicoli.” Il successo di pubblico fu strepitoso: Kabir Bedi divenne il divo del momento e la colonna sonora dei fratelli De Angelis venne canticchiata in tutte le case (20). Ancora oggi ci si chiede per quale motivo quello sceneggiato fece tanta presa sui telespettatori. Alle risposte degli addetti ai lavori – il ritmo della costruzione narrativa, la perfetta sceneggiatura, lo sfarzo della scenografia, la splendida fotografia, la colonna sonora, la scelta del cast – vanno aggiunte le considerazioni di ordine psico-sociologico. La maggior parte dei lettori aveva immaginato i personaggi di Emilio Salgari esattamente come glieli proponeva Sollima. Quel Sandokan televisivo era il loro Sandokan letterario; lo spettacolo che ognuno si era creato nella sua fantasia – rapimenti, fughe, ambienti esotici, foreste, palazzi, battaglie, persino la famosa scena dell’uccisione in volo della tigre - si materializzava nel piccolo schermo. Sull’onda di quel successo e sfruttando ancora una volta la popolarità di Kabir Bedi e la bellezza di Carole André, Sergio Sollima si butta a capofitto sui romanzi di Salgari:  trae una versione cinematografica dello sceneggiato dividendola in due parti – Sandokan (parte prima) e Sandokan (parte seconda)  -, realizza Il Corsaro Nero nel 1976, il seguito delle avventure di Sandokan con La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa nel 1977 e, 21 anni dopo e ancora per la TV, Il figlio di Sandokan (1998).

  

Kabir Bedi, il Sandokan di Sergio Sollima

 

Fine del viaggio?    

Com’era facilmente prevedibile, l’accoglienza del pubblico andò scemando. La televisione è un animale avido che divora troppo in fretta le sue creature. La produzione di una serie di sceneggiati per la TV (le miniserie) affidata a diversi registi inflazionò il prodotto. Alle quattro puntate de Il segreto del Sahara (1987) di Alberto Negrin (21), fecero  seguito, in ordine cronologico: le tre puntate de I misteri della giungla nera (1991) di Kevin Connor (22), le quattro puntate de Il ritorno di Sandokan (1996) di Enzo G. Castellani, le due puntate de L’elefante bianco (1998) di Gianfranco Albano che si ispira a La città del re lebbroso e tutta una serie di cartoni animati per i più piccini.   

Fine del viaggio? No. Almeno fino a quando non finirà nell’uomo la voglia di volare con la fantasia oltre la pagina e oltre lo schermo. Ma, quel giorno, non segnerà solo la fine del libro e del film. Purtroppo.
 


Note

(1)     Vitale De Stefano, lo stesso che, da attore, aveva interpretato nel 1914 il ruolo di Massinissa in Cabiria di Pastrone. Regista dimenticato persino nella sua città natale (Acireale), dove – almeno da quanto ho potuto verificare personalmente - nessuno sa del suo passato di attore e regista. 

(2)    Questi i titoli e gli anni in cui furono girati: Il corsaro nero (1920), La regina dei Caraibi (1920), Jolanda, la figlia del Corsaro nero (1920), Gli ultimi filibustieri (1921), Il corsaro Rosso (1921), Il figlio del Corsaro Rosso (1921)

(3)    Nel 1928, Rodolfo Ferro non riesce a portare a termine la lavorazione.

(4)    Sulla facciata principale di Cinecittà campeggiava una gigantografia del Duce dietro la macchina da presa e la scritta “La cinematografia è l’arma più forte”.

(5)    del 19 aprile 1941

(6)    Umberto Scarpelli per Capitan Tempesta e ancora Enrico Guazzoni per Il leone di Damasco. I due film furono girati in doppia versione, italiana e spagnola (Capitan Tempesta con il titolo di El Capitan Tormenta). La versione spagnola de Il leone di Damasco  fu iniziata da Hans Hinrich, proseguita da Corrado D'Errico e, alla sua morte, ultimata da Umberto Scarpelli.

(7)    Tra i quali anche I cavalieri del deserto / Gli ultimi Tuareg (1942) diretto da Osvaldo Valenti con gli esterni girati in Libia.

(8)    Nel 1944 viene girata anche una versione messicana de Il Corsaro Nero (titolo originale: El Corsaro Negro) dal regista Chano Urueta. Questo film arriverà in Italia solo nel 1951.

(9)    E. De Filippo, De Santis, Blasetti, Bonnard, Castellani, Comencini, Emmer, Franciolini, Genina, Germi, Lattuada, Matarazzo, Mattòli, Monicelli, Righelli, Soldati, Steno, Zampa.

(10)   Con lo pseudonimo di Omar Hapkins, approderà al primo spaghetti-western con I due violenti nel 1964  (curiosità: ne Il figlio del Corsaro Rosso avrà, come assistente alla regia, Sergio Leone) e alla fantascienza con 4…3…2…1… morte nel 1967.

(11)   Il film fu criticato soprattutto dagli abitanti di Ischia, dove furono girati gli esterni. Nel n. 17 del 1960 de  Il Corriere dell’isola di Ischia apparve la seguente nota: ““Così anche i cinematografari hanno invaso Ischia. Non è la prima volta che accade in quanto ad Ischia sono stati girati molti film ma questi di Morgan il pirata hanno portato tutte le caratteristiche del nuovo ambiente cinematografico. Un ambiente che vuole essere intellettuale ed invece è piatto e melenso. E tutta questa bella gente cosa riesce a realizzare? Soltanto degli inutili commercialissimi polpettoni che non fanno certo onore al cinema italiano. Il ventre di Chelo Alonso, i muscoli di Steve Reeves e della sua controfigura, il seno di Valery Lagrange e qualche galeone incendiato costituiranno le principali emozioni del film. Dobbiamo sperare che le bellezze naturali della nostra isola salvino in parte il film. Il guaio è che nel film Ischia è un'isola dei mari del Sud, quindi il fumettone di André de Toth non ci servirà come pubblicità turistica.”

(12)  Probabilmente per l’interruzione delle riprese a causa dello scoppio della guerra civile che porterà al distacco di Singapore dalla Malesia

(13)  Tra gli attori anche Giacomo Rossi Stuart, il padre di Kim Rossi Stuart

(14)  Guido Malatesta diventa James Reed; Furio Meniconi, Men Fury; Jurgis Mikelaitis, George Mikell; Carlo Tamberlani, Carl Tamblyn…

(15)  All’anagrafe Lorenzo Gicca Palli

(16)  Con il prestante Ivan Rassimov, eroe di fumetti, nei panni di Sandokan e il “duro” Andrea Bosic in quelli di Yanez

(17)  Anche perché, nel 1973, Ugo Gregoretti aveva diretto con scarso successo una miniserie TV dedicata alla Tigre di Mompracem, con Gigi Proietti nella parte di Sandokan e Tony Dimitri in quella di Yanez.

(18)  La prima puntata dello sceneggiato venne trasmessa fuori programma, in bianco e nero, al posto di Canzonissima e senza il consueto annuncio su Radiocorriere.

(19)  Dal 6 gennaio all’8 febbraio 1976

(20) Questo il testo: Più crudele è la guerra / e l'uomo sa cos'è la guerra. / Caldo e tenero è l'amore / e l'uomo sa cos'è l'amore. / Giù dal cielo scende un tuono / tutto intorno un grande suono / nasce il seme dalla pianta / il grande albero adesso canta. / Corre il sangue nelle vene / grande vento nella notte calda si alzerà . /
Sandokan Sandokan / giallo il sole la forza mi dà / Sandokan Sandokan / dammi forza ogni giorno ogni notte / coraggio verrà . /  La conchiglia suona piano / il mare ormai è già lontano / Sale e scende la marea / che tutto copre e tutto crea. / Corre il sangue nelle vene / grande vento nella notte calda si alzerà. / Sandokan Sandokan …

(21)  Nei titoli di testa apparve un generico “ispirato all’opera di Emilio Salgari”, ma non si precisò a quali romanzi si faceva riferimento.

(22)  In seguito, ridotto in film per le sale dallo stesso regista.  Oltre Kabir Bedi, figura tra gli interpreti anche Virna Lisi.