Locandina Timbuktu

 

Uomini, donne, bambini e gazzelle

a Timbuktu  

Timbuktu è una città del Mali, nell’Africa Sahariana, dichiarata dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”.  E’ qui che Abderrahmane Sissako, regista mauritano trasferitosi in Francia all’età di 22 anni, ambienta il suo film presentato in concorso al Festival di Cannes 2014, vincitore di ben 7 César tra i quali quello di miglior film e di migliore regia (primo regista africano ad aggiudicarsi l’ambito riconoscimento) e candidato all’Oscar 2015 come miglior film straniero. In realtà, più della città proposta come una delle sette meraviglie moderne, sono le dune del deserto e le sponde del fiume Niger a fare da sfondo a un racconto corale che prende a pretesto un fatto di cronaca per denunciare i crimini della polizia islamica impegnata in una jihad gretta e, per quanto il termine sembri fuori posto, ridicola. Non basta più proibire alle donne di mostrare il volto e di indossare i guanti anche quando puliscono pubblicamente il pesce; ora i divieti si moltiplicano e interessano anche gli uomini: non si può fumare, cantare, ridere, parlare, giocare al calcio…  A Kidane, pacifico tuareg che vive sotto una tenda con la moglie Satima e la figlia adolescente Toya, arrivano solo gli echi di quello che accade a Timbuktu. Il suo mondo è circoscritto alla famiglia e al bestiame che cura con l’aiuto del pastorello Issan. Anche il pescatore Amadou s’è costruito il suo mondo sulle rive del fiume e tutto lascerebbe immaginare che le persone che non hanno tempo e voglia di cantare e di parlare di sport possano vivere in armonia a contatto con la natura. Non sarà così e basterà un incidente imprevisto a sconvolgere tutto. GPS, la mucca preferita dalla piccola Toya, sfugge al controllo di Issan e va ad impigliarsi nelle reti di Amadou. Reazioni a catena: Amadou uccide GPS, Issan corre piangendo da Kidane, Kidane bisticcia con Amadou e lo uccide accidentalmente, la legge islamica imposta dagli invasori condanna a morte Amadou, Satima sceglie di morire con l’uomo della sua vita. 

Costretti alla sintesi si è detto tutto e niente, perché Timbuktu, in quanto narrazione filmica, per essere del tutto apprezzato, va solo visto. E non sul piccolo schermo di casa nostra, ma in una sala cinematografica preferibilmente dotata di schermo gigante. La fotografia ha un linguaggio che le parole difficilmente riescono a rendere chiaro. Si veda questo film per convenirne. Ci sono inquadrature eccezionali con primissimi piani (che meraviglia GPS morente!), colori da favola, accostamenti e metafore, citazioni (consce o inconsce, ha poca importanza) di maestri del cinema, sequenze memorabili. Due esempi, tanto per rendere meglio l’idea.

Forse e solo se si accetta la stretta relazione tra il cinema e la poesia si possono gustare certi particolari. Quasimodo aveva detto tutto nei tre versi di “Ed è subito sera”; Sissako traduce la solitudine di  chi sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole” in un campo lunghissimo da cineteca e fa di Kidane un essere minuto che in preda al rimorso vaga sperduto lungo le sponde del fiume.

Forse e solo chi ha la memoria lunga può vedere nella sequenza della partita di calcio giocata senza pallone il riferimento all’incontro di tennis giocato senza racchette e senza pallina che chiude il Blow Up di Antonioni. Espediente che se nel capolavoro del maestro dell’incomunicabilità sottolineava l’impossibilità di separare il reale dall’immaginario, qui gioca come voglia di aggrapparsi alla fantasia per ridicolizzare i divieti.   

Eppure, per quanto possa sembrare strano,Timbuktu non è un film contro l’Islam, ma una presa di distanza da quanti interpretano in modo errato la jihad. Lo dice seriamente e chiaramente l’imam del posto, che prende le difese dei suoi paesani e rimprovera l’oscurantismo degli invasori che strumentalizzando il Corano impongono con la forza norme ridicole. Lo dice, con aria beffarda e folle, anche un personaggio solo apparentemente marginale come la donna “strega e sciamana” che preferisce colloquiare con la sua gallina e, facendo forza sulla sua diversità, si permette di schernire gli uomini che, invece di ribellarsi, perdono il loro tempo disquisendo sui campioni di calcio francesi e brasiliani.

Nel vicolo cieco dove si sono rintanati i sostenitori di una religione integralista l’unica via d’uscita sarebbe il dialogo, ma per fare ciò bisognerebbe parlare la stessa lingua, in senso letterale e metaforico. A Timbuktu, invece, non c’è dialogo, impedito da un miscuglio di lingue e di dialetti che rende difficile persino la comprensione tra gli stessi jihadisti che per capirsi devono fare ricorso a termini inglesi e arabi. E allora ognuno tira per la sua strada, portandosi dietro il proprio dolore come gli  uccelli (allude a questo il titolo originale “Il dolore degli uccelli”?), pagando conseguenze pesanti (la carcerazione) e tragiche (la lapidazione). In un clima così opprimente, Sissako intravede (suggerisce?) solo una via d’uscita per le nuove generazioni: fuggire. Lo faranno Toya e Issan, giovani gazzelle inseguite da chi si diverte a sparare alle loro spalle con il sadico proposito di mutilare più che di uccidere. Forse riusciranno a raggiungere l’Algeria, la Tunisia o la Libia; forse riusciranno a trovare un posto ammassati sui gommoni; forse riusciranno a sopravvivere alle onde del Mediterraneo; forse approderanno, stanchi e sfiniti, a Lampedusa o a Pozzallo. Forse. 

 

TIMBUKTU  (titolo originale: Le chagrin des oiseaux)

Regia: Abderrahmane Sissako

Con: Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi

Francia, Mauritania 2014

Durata: 97’, col.