DIFRET

Il coraggio delle donne

Nel 1968 Mario Monicelli, prendendo lo spunto da quanto realmente avveniva in alcuni paesi del meridione, realizzò “La ragazza con la pistola”. Narrava la tragicomica vicenda di Assunta Patanè, una ragazza siciliana senza padre né fratelli, che si recava in Inghilterra alla ricerca del suo seduttore per ucciderlo e vendicare personalmente l’affronto subito. Era una commedia che si collegava alla trilogia sul grottesco senso dell’onore di Pietro Germi - Divorzio all’italiana (1961),  Sedotta e abbandonata (1964), Signore & Signori (1966) – e, in quanto tale, non poteva finire in modo tragico. Denunciava, comunque e a suo modo, l’atavica tradizione che vedeva nelle ragazze da marito una merce di scambio. Spesso, però, la “fuitina” era solo una messinscena per evitare di affrontare le spese di un normale matrimonio. I fidanzati si amavano realmente, i loro genitori  erano d’accordo, i paesani sapevano; eppure, all’annuncio del misfatto, si correva per strada, si urlava, ci si strappava i capelli,  si giurava vendetta. Finiva tutto con cannoli, pasticcini e rosolio.

Etiopia 1996. In un villaggio a pochi chilometri da Addis Abeba, la quattordicenne Hirut, mentre sta tornando a casa da scuola, viene rapita da Tadele, l’uomo che ha deciso di farla diventare sua sposa nonostante il netto rifiuto dell’adolescente e dei suoi genitori. Convinto di seguire il rituale di rapimento a scopo di matrimonio contenuto nelle leggi della Telefa, l’uomo subito dopo la bravata stupra la ragazzina e brinda con gli amici complici. Non ha fatto i conti con Hirut che si ribella, si impossessa del suo fucile e lo uccide.

La parola DIFRET, che fa da titolo al film che si ispira a questa storia realmente accaduta, nella lingua aramaica ha un duplice significato: in senso generico può essere riferito all’uso della “violenza nello stupro”,  nell’uso comune vuol dire “coraggio”. Il sottotitolo – “Il coraggio per cambiare” – indirizza verso questa seconda interpretazione. Più del disperato gesto della giovane protagonista, infatti, il film mette in risalto il coraggio e dell’avvocatessa Meaza Ashenafi e l’opera dell’associazione Andenet che in Etiopia, assistendo gratuitamente donne impotenti contro la sopraffazione dei maschi, contribuisce in modo determinante ad annullare secolari e primitive tradizioni. Per la produzione di questo piccolo ma prezioso film si è battuta Angelina Jolie, da tempo impegnata in battaglie sociali e umanitarie. Scritto e diretto dall’etiope  Zeresenay Berhane Mehari, regista esordiente che ha studiato cinema all’University of Southern California, Difret ha già collezionato un bel po’ di premi del pubblico (Sundance, Berlino, Amsterdam, Montreal) e ha rappresentato la giovane e già fiorente cinematografia etiopica alla selezione degli Oscar 2104 come miglior film straniero. Eppure ha dovuto superare non solo la prevedibile indifferenza del sistema hollyoodiano poco incline a opere di denuncia, ma anche l’opposizione delle autorità che in Etiopia hanno bloccato la prima ufficiale. Il pretesto era quello di avere fatto un “film verità” basandosi sul racconto unilaterale di Meaza Ashenafi; in realtà, c’era un’ostilità malcelata verso gli avvocati dei diritti umani che osavano sfidare tradizioni e costumi locali. Hirut e Meaza, vittima e difensore, sono il simbolo delle donne che si armano non solo di un fucile e della legge, ma soprattutto del coraggio per cambiare. Se, in un contesto religioso o storico, Difret richiama la biblica Giuditta o l’eroina francese Giovanna d’Arco, in quello filmico è accostabile a Water il bel film di Deepa Mehta (2005) che, quando si dice il caso, aveva come sottotitolo “Il coraggio di amare” e narrava la storia di Chuyia una bambina indiana già vedova a sette anni e costretta a passare il resto della sua vita in un ashram per scontare i peccati commessi nella sua vita precedente e causa della morte del marito. Se non si ha voglia di andare troppo oltre nel tempo e nello spazio, tuttavia, si rispolveri cronaca e cinematografia di casa nostra ripensando a Franca Viola, la diciassettenne siciliana che dopo essere stata rapita, segregata e violentata trova la forza di rifiutare il matrimonio riparatore e di denunciare il mafioso Filippo Melodia. Eravamo alla fine degli anni Sessanta, quando anche in Italia la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona e l’articolo 544 del Codice Penale ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale anche ai danni di una minorenne qualora fosse stato pattuito tra l’accusato e la persona offesa il matrimonio riparatore. Anche allora il cinema contribuì a cambiare mentalità grazie a un regista che realizzò il suo Difret  ante litteram:  si chiamava Damiano Damiani e il suo film aveva come titolo La moglie più bella.

 

DIFRET (Il coraggio per cambiare) 

Regia: Zeresenay Berhane Mehari

Con: Meron Getnet, Tizita Hagere, Harege Woin, Shetaye Abreha, Mekonen Leake, Meaza Tekle

Etiopia, USA 2014

Durata: 99’, col.