Locandina Mia madre

Mia madre

L’amore tenero e disperato di Prévert nel film di Moretti

Due consigli. Il primo: non andate a vedere “Mia madre” di Nanni Moretti. Se avete avuto un genitore, un familiare in fin di vita, se lo avete assistito impotenti negli ultimi giorni della sua esistenza, se avete sentito crollare il mondo, se siete rimasti in dubbio tra lasciarlo in un letto di ospedale o farlo morire a casa, se vi siete sentiti in colpa per avergli detto un bel po’ di bugie sul suo stato di salute, se avete rovistato tra le sue carte e rivissuto momenti di gioia e di tristezza… no, non andate a vedere questo film.

Il secondo consiglio: andate a vedere “Mia madre” di Nanni Moretti.  Se avete voglia di riflettere sull’amore filiale e sulla vacuità dell’esistenza, su un amore “tenero e disperato… vivo come il desiderio e crudele come la memoria…”, come direbbe Jacques Prévert, se volete vedere un film ben diretto e interpretato, uscire soddisfatti da una sala per non avere sprecato due ore della vostra giornata… beh, allora sì, andate a vedere questo film. A voi la scelta.

A distanza di quattro anni, Ecce Nanni con un omaggio postumo alla madre, Agata Apicella, scomparsa proprio mentre Habemus Papam era in fase di montaggio. Un film autobiografico, certo, ma anche un film sul rapporto genitori-figli che va al di là di una personale, dolorosa vicenda.

La regista Margherita e l’ingegnere Giovanni si ritrovano al capezzale della loro madre, Ada, ex professoressa di Latino e Greco al Liceo Visconti di Roma e in procinto di lasciare definitivamente questa terra. La prima è impegnata nella realizzazione di un film sull’occupazione di una fabbrica (dal titolo “Noi siamo qui” che calza a pennello sia per sottolineare la solidarietà degli operai che rischiano il licenziamento, sia per dar voce a due fratelli che stanno per diventare orfani) e salta dal set all’ospedale, dalla sua casa a quella della madre, da una relazione affettiva instabile alle preoccupazioni che una figlia adolescente di solito può procurare.  Il secondo, per amore filiale e per una scelta di vita, prima si è messo in aspettativa e poi si è licenziato. Ricordi e brani di vita vissuta si intrecciano con la tristezza del momento. La professoressa Ada si spegne a casa sua e, nella poetica sequenza finale, Margherita la rivede ancora viva e pensosa. Le chiede: “Mamma, a cosa stai pensando?” “A domani”, risponde la donna. E, ancora una volta, tornano in mente i versi di Prévert: “Sognare la morte / svegliarci sorridere e ridere / e ringiovanire”.

Più volte il cinema ha affrontato il tema della solitudine e dello smarrimento. Qui,  apparentemente, nessuno è solo; in realtà, lo sono tutti. E tutti, in un modo o in un altro, per sopravvivere indossano maschere e interpretano ruoli. La finzione, farina con la quale è impastato il cinema, condiziona i rapporti interpersonali. Si sostengono gli altri pur avendo voglia di essere sostenuti. Fino a quando dalla cabina di regia non arriva lo “Stop” e si ritorna alla realtà, come accade più volte al fallito attore americano Barry (John Turturro) ridicolizzato per le sue arie da divo e probabilmente inserito nel cast per regalare sospiri di sollievo agli spettatori. Stop alla finzione per Margherita (Buy) che, pur applicando anche nel privato la teoria brechtiana dell’attore che si mette a lato del personaggio per non appiattirsi e per mantenere uno sguardo critico, cede alla banalità di una bolletta non trovata e scoppia in pianto isterico. Stop e pianto anche per la tredicenne Livia (Beatrice Mancini) che, più del sostegno nelle versioni di latino, aveva trovato nella nonna la persona alla quale confidare le sue prime esperienze d’amore. Dice stop a modo suo anche Ada (la splendida Giulia Lazzarini), donna colta e intelligente, che legge negli occhi dei figli le parole che non le dicono (ancora Prévert e il suo “ci guarda sorridendo / e ci parla senza dir nulla”)  e finge, come estremo gesto di altruismo, serenità. Moretti, infine. Cedendo (nella finzione, non nella realtà) il ruolo di regista alla Buy, fa qualcosa di nuovo, di diverso, come suggerisce Giovanni a Margherita (ovvero: Moretti a Moretti) in quel “cinema nel cinema” che è la scena davanti al Capranichetta.  Gioco di specchi per vivere (rivivere?) il dolore di una vera perdita e il personalissimo rapporto con la madre, già manifestato con l’avere assunto il suo cognome in ben cinque film e qui sottolineato chiaramente da quel “mia” del titolo. Sembra dire anche lui con il poeta francese: “ Tu non dimenticarci / non avevamo che te sulla terra / non lasciarci diventare gelidi. / Anche se molto lontano sempre / e non importa dove / dacci un segno di vita.  / Molto più tardi ai margini di un bosco / nella foresta della memoria / alzati subito / tendici la mano / e salvaci”.

MIA MADRE 

Regia: Nanni Moretti

Con: Margherita Buy, Nanni Moretti, Giulia Lazzarini, John Turturro, Beatrice Mancini

Italia, 2015

Durata: 106’, col.