Brrr… che paura!

 

A proposito di Dracula

 

La Entertainment Weekly è una rivista americana di intrattenimento e di cultura popolare che si occupa di libri, teatro, televisione, cinema. Ogni tanto, pubblica anche delle curiose classifiche, come quella sui film che, nella storia del cinema, hanno provocato maggiore paura tra gli spettatori. Pareri strettamente personali, ovviamente; e, pertanto, soggetti a sviste, amnesie, errori. Incappando, tra l’altro, nell’equivoco della genericità e in una serie di interrogativi. Che significa, infatti, “film di paura”? Quale genere filmico vi rientra? Horror, thriller, gialli, splatter, dark, fantascienza…? E ancora: che cos’è la paura se non qualcosa di soggettivo e inevitabilmente da accostare all’età, all’ambiente, al momento storico, ecc.? Avere paura del lupo cattivo è più o meno rilevante della paura dell’avverarsi della profezia dei Maya?

La superficiale classifica

Per la rivista americana, i primi tre posti della “Top 20” sono occupati, nell’ordine, da Shining di Kubrick, L’esorcista di Friedkin e Non aprite quella porta di Hooper. Passi pure la totale esclusione di film italiani (quelli di Mario Bava e di Dario Argento, per esempio), ma collocare solo all’ottavo posto Psycho di Hitchcock, facendolo precedere di ben tre posti dal giocattolone de Lo squalo di Spielberg, sembra proprio una disattenzione macroscopica. Così come lo è l’esclusione di almeno uno dei tanti film ispirati a Dracula, il protagonista del celebre romanzo gotico di Bram Stoker. Siamo oggettivi: nella panoramica filmica di mostri, morti viventi, indemoniati, assetati di sangue, fantasmi, lupi mannari, gorilla, animali preistorici, sadici, psicopatici e quant’altro, un posticino lo avrebbe meritato senz’altro il vampiro della Transilvania. Se non altro, per il rispetto che si deve ad  alcuni celebri registi come Stiller, Protazanov, Murnau, Dreyer, Herzog, Polanski, Morrissey, Coppola e a bravi attori come Bela Lugosi, John Carradine, Klaus Kinski, Christopher Lee.   

 

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(Georges Méliès)

 

La paura degli ingenui

Ma andiamo con ordine. Erano passati appena 8 anni dalla  nascita del cinema e 5 dall’uscita del romanzo di Stoker, quando Georges Méliès (e chi se non lui?) si diverte a incutere paura con “Le puits fantastique” (1903), un film della durata di appena 3 minuti. Ma quelli, come si sa, erano tempi durante i quali gli ingenui spettatori scappavano terrorizzati all’arrivo del treno alla Stazione di La Ciotat. Figurarsi, allora, quale paura dovevano provare vedendo demoni e mostri che sbucavano fuori da un pozzo magico per minacciare e castigare un contadino tirchio e malvagio che ha trattato male una vecchia mendicante.  Il padre dei trucchi cinematografici, inconsapevolmente, apre così la serie dei film di paura, animazione compresa, come quel “Fantasmagorie” che  Emile Cohl realizza nel 1908. Dal 1909 in poi, la parola “Vampiro”(1) entra nei titoli di film americani, francesi, russi, italiani, inglesi, svedesi, e nella fantasia degli spettatori. Nel giro di pochi anni troviamo Vampiri dappertutto e in tutte le salse: nel deserto, nella foresta, a Varsavia, in una torre, nel mondo, di notte, danzanti, assetati di sangue… Ma la vera paura, in questa prima fase della storia del cinema, è fuori dalle sale cinematografiche, là dove i morti non risorgono: al fronte e nelle città sventrate dai bombardamenti del primo conflitto mondiale.

 

(“Nosferatu, il vampiro” di Murnau)

 

Nosferatu

Per il primo vero capolavoro bisogna attendere il 1922, l’anno in cui Friedrich Wilhelm Murnau realizza “Nosferatu, il vampiro”. Siamo in Germania e, in tutti i campi dell’arte, cinema incluso, vanno di moda l’espressionismo e il kammerspieel. Come dire rifiuto del mondo oggettivo e ricreazione di mondi allucinatori, irreali, distorti, deformati all’interno di ambienti chiusi. I temi preferiti diventano quelli misteriosi e soprannaturali che emergono dal regno delle ombre e dall’universo del male. Per il cinema e per i suoi trucchi che vanno perfezionandosi di anno in anno, è manna che piove dal cielo. E se “Il gabinetto del Dottor Caligari” (1919) di Robert Wiene può già considerarsi un manifesto paradigmatico di questa scuola, il “Nosferatu” di Murnau, “Il Golem” (1921) di Paul Wegener, “Il Dottor Mabuse” (1922) di Fritz Lang, “Il gabinetto delle figure di cera” (1924) di Paul Leni,  ecc. ne sono il naturale sviluppo. In un mondo di paure e angosce, tra sonnambuli, medici pazzi, giovani che vendono l’anima al diavolo e statue che si animano di notte, il Vampiro di Murnau è senza dubbio il personaggio filmico  che, più di ogni altro, spaventa e attrae. Nosferatu (ovvero: non spirato, non morto) è solo un prestanome che, almeno così si dice, Murnau utilizza per superare la polemica dei diritti d’autore con gli eredi di Stoker. In realtà, il vero nome del Vampiro è Dracula.  

 

Dalla paura cercata alla paura imposta

Agli inizi degli anni Trenta, con una nuova ondata di vampiri e vampiresse, il nome di Dracula comincia ad apparire anche nei titoli(2), da solo, e con parentela al seguito(3). E non si tratta sempre e solo di film dozzinali girati da registi di bassa lega. Basta, per tutti, il nome di uno dei più grandi registi della storia del cinema: Carl Theodor  Dreyer. In Vampyr (1932), suo primo film sonoro, il maestro danese che aveva già realizzato La passione di Giovanna d’Arco (1928) e che, in seguito, ci regalerà capolavori come Dies irae (1943), Ordet  (1955) e Gertrud  (1964), racconta le vicende di una donna vampiro che succhia il sangue alle due giovani figlie di un castellano.

Nuova pausa della finzione filmica per cedere ancora una volta il compito di incutere reale paura agli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Fenomeno che spiega, se ce ne fosse veramente bisogno, la differenza tra la paura cercata nel buio di una sala e pagata con un biglietto al botteghino per esorcizzarla con storie poco credibili, e la paura imposta dalla storia e dagli eventi. Altri vampiri assetati di sangue scatenano morte e distruzione coprendo le loro nefandezze facendo ricorso alla politica, alla filosofia, all’evoluzione storica e alla religione con espressioni che ancora oggi richiamano sinistri principi come “affermazione del superuomo”, “purezza della razza”, “soluzione finale”. E non sarà certamente un caso se, a distanza di anni, il cinema di paura abbandonerà gli studi per allestire i suoi set tra macerie vere, nei campi di sterminio, dentro baracche popolate da scheletri viventi, là dove “diavoli di uomini” troveranno normale annientare milioni di innocenti nei forni crematori.

 

(John Carradine)

 

 

Il rito dell’immagine 

Intanto, e siamo già a metà degli anni Quaranta, Dracula ha un complice di tutto rispetto: Frankenstein (4). Attori celebri, come John Carradine, non riusciranno più a togliersi la maschera del lugubre personaggio che interpretano; altri alimenteranno leggende di tenebrose maledizioni, come Bela Lugosi, che cede alla morfina e va a rinchiudersi in una villa cinta da un cancello sormontato da sinistre sculture di pipistrelli. Nuova ondata di terrore negli Anni Cinquanta con minacce che arrivano dalla Turchia, dall’Argentina, dal Giappone, dal Messico, dalla Malesia, dallo spazio, da altri mondi, dall’aldilà. Si tratta quasi sempre di film di cassetta prodotti per la massa che ha bisogno di esorcizzare la paura con il “rito dell’immagine”. Andare al cinema , tremare e inorridire per due ore e fare ritorno a casa dicendo a se stessi “è stato solo un film”, consola e rassicura. Insomma, “Tempi duri per i vampiri”, per dirla con il film-parodia di Steno del 1959.

Sangue a volontà

Il vero salto di qualità avviene con “Dracula il vampiro”, un film realizzato da Terence Fisher nel 1958 e considerato come uno dei migliori adattamenti cinematografici del romanzo di Stoker. Non è solo il marcato ambiente gotico e l’uso del colore che metteva in risalto il sangue che colava in abbondanza a fare di questo film un classico del genere horror, ma anche, se non soprattutto, le splendide interpretazioni di Christopher Lee e di Peter Cushing, rispettivamente nei panni di Dracula e del Professor Abraham. Ancora una volta i produttori si precipitano a sfruttare il successo di pubblico e danno vita a una serie di film inevitabilmente meno riusciti, ma che rispondono al mutato gusto del pubblico, ormai interessato più al sadismo del mostro che ai suoi turbamenti esistenziali. Anche se con risultati non sempre soddisfacenti, tra i registi che in questo periodo si interessano al binomio Cinema-Paura, troviamo nomi di una certa importanza, come quelli di Bava, Vadim, Fisher, Franco (5). A riportare veri brividi in sala ci pensa Alfred Hitchcock che, nel 1960, realizza Psycho.

 

(“Psycho” di  Hitchcock)

 

La paura nella normalità

Da maestro del brivido qual è, Hitchcock non ha bisogno di proporre e inquadrare i denti di Dracula che succhiano sangue. Gli basta un giovanotto paranoico che, dopo avere ucciso la madre, espia la sua colpa vendicandosi sugli  ignari ospiti del suo isolato e lugubre hotel, per fare diventare una vicenda di furto abilmente orchestrato in allucinante incubo. La novità di Hitchcock è quella di insinuare la paura nella normalità. Quella che viene ricordata nella storia del cinema  come “la sequenza della doccia” supera di gran lunga qualsiasi altra scena di terrore che fino a quel momento s’era vista sugli schermi. Dopo aver visto Psycho nessuno riuscirà più a sentirsi sicuro nemmeno nel luogo più deputato per la privacy e la distensione. In bagno e sotto il getto caldo dell’acqua, da un momento all’altro, potrebbe spuntare la maschera di Anthony Perkins con un coltellaccio tra le mani. Con tutto il rispetto per la graduatoria stilata dalla Entertainment Weekly, tra la tensione di Psycho e quella provocata dai cannibali de La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero, o dalla congiura demoniaca in  Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski la differenza c’è e si vede. Meglio: si sente, perché è proprio sulla pelle degli spettatori che si misurano i brividi.

 

(“L’esorcista di  Friedkin)

 

La delizia della paura

Elencare i film che, dagli anni Sessanta in poi, “deliziano” le sale di tutto il mondo con l’invasione di mostri e vampiri, case che grondano sangue, vendette, riti satanici, baci, orge, violenze, animali di tutte le specie(6), diventa impresa ardua. Spuntano figlie, spose e amanti di Dracula in ogni parte del mondo(7), ritornano gli zombi(8), ma non c’è più la sorpresa e nessuno sobbalza sulla sedia. A suscitare autentica paura ed  emozioni, provvedono, allora, registi affermati i quali, lasciando da parte il Vampiro ormai troppo sfruttato, si indirizzano verso altri soggetti. Ed ecco, in ordine di apparizione sugli schermi, l’indemoniata de L’esorcista (1973) di William Friedkin, gli sfortunati ragazzi di Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper, l’espediente del Sensurround che in Terremoto (1974) di Mark Robson faceva tremare le poltrone degli spettatori, le fauci de Lo squalo (1975) di Steven Spielberg, i poteri paranormali e lo sguardo di Satana di Carrie (1976) di Brian de Palma, l’Anticristo de Il presagio (1976) di Richard Donner, il maniaco omicida di Halloween (1978) di John Carpenter. Non proprio fiabe per bambini se, come nel caso de “L’esorcista”, a lanciare anatemi si scomodano psicologi, psichiatri e le stesse autorità ecclesiastiche.

 

(“Shining di Kubrick)

 

C’è poco da ridere

E il caro, vecchio Dracula? Ormai si sa che non muore facilmente, ma c’è qualcosa che deve temere più dell’aglio, della luce e del palo appuntito: l’ironia. Non solo non fa più paura, ma viene anche preso in giro. La deviazione sul versante della parodia (9),potrebbe anche interpretarsi come una sconfitta del mostro e una resa per i produttori; in realtà, si tratta solo di una pausa per riprendere fiato. Nel 1979, ci pensa Werner Herzog a ridargli la nobiltà del terrore realizzando, con l’apporto di attori straordinari come Klaus Kinski, Isabelle Adjani e Bruno Ganz, Nosferatu, il principe della notte, un remake del classico Nosferatu di Murnau.  I mostri degli anni Ottanta sono lupi mannari(10), alieni(11), spiriti maligni(12), presenze demoniache(13), spiriti di assassini che ritornano nei sogni(14). Sono, soprattutto, parenti stretti di Psyco. Come si fa, infatti, a non accostare la faccia di Jack Nicholson, pazzoide e paranoico in Shining (1980) di Stanley Kubrick, a quella di Anthony Perkins? E come si fa a non pensare alla scena della doccia quando Jack Torrance sfonda la porta della camera da letto con un’ascia, salutando sinistramente la moglie con un agghiacciante “Wendy? Sono a casa, amore”.

 

( “Il sonno della ragione di Goya)

 

Il sonno della ragione

 

Dalla fantasia alla cronaca. A partire dagli anni Novanta, sceneggiatori e registi sembrano trovare nuove idee sfogliando le pagine dei quotidiani. E’ come se si ricordassero improvvisamente del monito di Goya nell’incisione ad acquaforte:  “Il sonno della ragione genera mostri”. Ed ecco allora i serial-killer di Henry: pioggia di sangue (1990) di  John McNaughton, l’ inquietante figura di Hannibal Lecter “The Cannibal” ne Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme, lo psicopatico omicida fissato con i sette vizi capitali in  Seven (1995) di David Fincher.

E ancora una volta a chiederci: e Dracula? Riesumato da Francis Ford Coppola(15) e riseppellito da quell’incorreggibile dissacrante burlone di  Mel Brooks(16), si fa beffe del tempo e, nonostante l’età, gira il mondo(17)  “cotto” in tutte le salse, cartoon e 3D incluse(18).

 

Una domanda, anzi due

In questo contesto, una prima domanda, anche se con una risposta scontata. Perché il cinema si è sempre interessato e continua ad interessarsi a questo genere filmico? Ovvio: perché la gente affolla le sale, paga il biglietto e, al tirar delle somme, ama passare due ore di “tesa distensione”.  Seconda domanda: e perché, in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo, l’ uomo è attratto dall’ignoto e dà vita a morbose fantasie?

Per rispondere, questa volta, bisogna scomodare altri: psicologi, psicoanalisti, esorcisti… Tutta gente che, grosso modo e con diverse espressioni, ha sempre risposto tirando in ballo la voglia di esorcizzare la paura, l’ attrazione per l’occulto, la macabra seduzione del mondo delle tenebre a noi sconosciuto, il bisogno di riversare su altri – eroi di carta o di celluloide, non importa – la propria impotenza.  Ma siamo già in un altro campo, fuori dalle sale cinematografiche e senza quel misterioso e seducente fascio di luce del proiettore. Magari inginocchiati dietro le grate di un confessionale, o sdraiati su un lettino e con gli occhi chiusi nella penombra di uno studio privato, concentrati più sulle domande che ci piovono alle spalle, che sui denti aguzzi di un vampiro. 

 

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Note

1)    Con Vampire of the coast” (1909)

2)    In verità c’era stato nel 1920 un Dracula girato in Russia, andato perduto.

3)    Come La figlia di Dracula (1936) di Hyllier, Il figlio di Dracula (1943) di Siodmak

4)    Si pensi, per esempio, a:  Al di là del mistero (1944) e La casa degli orrori (1945) di C. Kenton, Il cervello di Frankenstein (1948) di C. T. Barton

5)    La maschera del demonio (1960), I tre volti della paura (1963) e Operazione paura (1966) di Bava, Il sangue e la rosa (1960) di Vadim, Le spose di Dracula (1960), Dracula, principe delle tenebre (1965) di Fisher Il conte Dracula (1969) di Jesùs Franco,

6)    Tra i quali è giusto citare almeno Gli uccelli (1963) di Hitchcock e gli scimpanzé di 28 giorni dopo (2003) di Danny Boyle

7)    Come La casa che grondava sangue (1970) di Duffel, Il marchio di Dracula (1972) di Baket, Una messa per Dracula (1970) di Sasdy, L’orgia del vampiro (1970) di Merrick, La vestale di Satana (1970) di Kumel, Dracula (1972) di Crain,  La casa delle ombre maledette (1972) di Curtis …

8)    Il ritorno degli zombi (1980) di McCrann

9)    Come in Per favore non mordermi sul collo (1967) di Polanski, Mezzo litro di rosso per il conte Dracula (1970) di Francis, Vampiria (1974) di Clive Donner, Frankenstein Junior (1974) di Mel Brooks, ecc.

10)  Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di John Landis

11)  La cosa (1982) di John Carpenter

12)  La casa (1982) di Sam Raimi

13)  Poltergeist (1982) di  Tobe Hooper

14)  Nightmare  (1984) di Wes Craven

15)  Dracula di Bram Stoker (1992) di Francis Ford Coppola

16)  Dracula morto e contento  (1995) di  Mel Brooks

17)  Non solo con un’ incredibile quantità di pellicole targate USA, ma anche con altre provenienti da Argentina, Canada, Turchia, Finlandia, Ungheria, Giappone, Italia, Francia, Spagna, Romania, Danimarca, Hong Kong, Sudafrica, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Germania, Australia, Cile, Irlanda, Malesia, Olanda…

18)  Hotel Transilvania (2012) di Tartakovsky e l’atteso film (2013?) su Dracula di Dario Argento