La Nouvelle Vague

 

    I registi della Nuova Ondata fecero parlare di sé verso la fine degli anni Cinquanta, quando dalle pagine della rivista francese Cahiers du Cinéma iniziarono a contestare la tradizione cinema­tografica. Il loro concetto di "cinema d'autore", tuttavia, non trovò il sostegno dei produttori, i quali, interessati più che altro a guadagnare denaro, giudicarono le loro proposte non rispondenti alle aspettative del pubblico e del mercato. Stanchi di sentirsi rifiutare soggetti e sceneggiature, alcuni di loro (Chabrol, Truffaut, Godard, Rohmer, Resnais, Vadim, Camus, ecc.) decisero, allora, di "produrre in proprio", autofinanziandosi e ricorrendo a premi di qualità. L'anno decisivo fu il 1959, quando tre film si imposero all'attenzione della critica per le innova­zioni narrative, linguistiche e di montaggio : Orfeo negro di Marcel Camus, che vinse la "Palma d'oro" a Cannes e l'Oscar come miglior film straniero, I 400 colpi di Francois Truffaut e Hiros­hima, mon amour di Alain Resnais. In breve tempo si parlò della Nouvelle Vague francese in tutto il mondo e questo termine significò per altri cineasti (brasiliani, giapponesi, cecoslovac­chi) indipendenza e rinnovamento. Significò pure possibilità di trattare temi intimi e privati (l'angoscia, la solitudine, l'in­comunicabilità), di sperimentare nuove tecniche, di realizzare film culturalmente e socialmente validi al di là del controllo e dei vincoli dell'industria. A questa scuola si formarono anche giovani registi emergenti, tra i quali vanno ricordati: Louis Malle (Zazie nel metrò del 1960 e Fuoco fatuo del 1963), Jacques Demy (Les Parapluies de Cherbourg del 1964 e L'amante perduta del 1969), Agnès Varda (Cléo dalle 5 alle 7 del 1962, Il verde prato dell'amore del 1965).

 

           

 


 

La Svezia di Bergman e il Giappone di Kurosawa

  

   Le innovazioni del neorealismo italiano e della Nouvelle Vague francese ebbero una vasta risonanza e il loro modo di concepire il cinema influenzò, in modo più o meno determinante, i registi di molti altri paesi. Si va dal tentativo isolato di neorealismo americano fatto da Ray Ashley nel 1953 con Il piccolo fuggitivo, alle sperimentazioni del free cinema che alcuni giovani registi  inglesi (come Lindsay Anderson, Karel Reisz, Tony Richardson, ecc.) portarono avanti con determinazione, coraggio e  rabbia.

  

   Ma sarebbe ingiusto dimenticare, nel cinema degli anni Cinquanta, le cinematografie di altri paesi.

    Nel nord dell'Europa, per esempio, si registrarono i frutti di una scuola che utilizzava il cinema per addentrarsi nel terreno dell'indagine psicologica, sociale e religiosa. I seguaci dello svedese Sjoberg e del danese Dreyer, si chiamano Arne Mattson (Ha ballato una sola estate del 1952) e Ingmar Bergman. E' soprattutto quest'ultimo ad imporsi all'attenzione dei critici di tutto il mondo. Già nei suoi primi film si intuiva che le vicende da lui narrate erano più che altro un pretesto  per sollevare  problemi di natura religiosa e, spesso, gli interrogativi senza risposte che si ponevano i suoi personaggi coinvolgevano direttamente gli spettatori. Da Il settimo sigillo (1956) in poi, Bergman non smetterà di stupire e di susci­tare polemiche. In quarant'anni di attività realizzerà, in media, un film l'anno e si affermerà come uno dei più grandi registi della storia del cinema. Per avere una sufficiente conoscenza della sua filmografia è indispensabile vedere almeno le sue opere più significative: Il posto delle fragole (1957), Come in uno specchio (1960), La fontana della vergine (1960), Il silenzio (1963), Persona (1966), Sussurri e grida (1973), Sinfonia d'autunno (1978), Fanny e Alexander (1982). 

 

                 

       Il settimo sigillo                    (Ingmar Bergman)                   Il posto delle fragole

 Film e registi di un certo interesse arrivarono, in quegli stessi anni, anche dal Giappone.

   Grazie alla loro partecipazione alla Mostra del cinema di Venezia e al Festival di Cannes, acquistarono notorietà (con gli attori Toshiro Mifune, Takashi Shimura, Shoji Yasui) Hiroshi Inagaki con L'uomo del riksciò (1958), Kaneto Shindo con L'isola nuda (1960), Kenji Mizoguchi con Vita di O-Haru, donna galante (1952) e I racconti della luna pallida d'ago­sto (1953), Kon Ichikawa con L'arpa birmana (1956) e Akira Kuro­sawa  con Rashomon (1951), I sette samurai (1954) e Il trono di sangue (1957).

   Kurosawa, che i giapponesi soprannominaroro subito "l'imperatore" per la fama che riuscì a conquistarsi all'estero, merita, tra tutti, una citazione particolare anche per i film che realizzerà in seguito e che gli procureranno di diritto un posto tra i migliori registi della storia del cinema: La fortezza nascosta (1958), La sfida del samurai (1961), Dodes'ka-den (1970), Dersu Uzala (1975), Ran (1985), Sogni (1990).

 

           

 (Akira Kuro­sawa )

 

 


L'Italia di Fellini

  

   E' in questo stesso periodo che si afferma anche Federico Fellini, uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi. Riminese di nascita, si trasferisce a Roma e arriva al cinema dopo aver collaborato come vignettista al giornale satirico "Marc'Aurelio". Soggettista e sceneggiatore con Roberto Rossellini e Pietro Germi, firma la sua prima regia - Luci del varietà (1951) - in tandem con Lattuada. Nel 1952, realizza un film tutto suo: Lo sceicco bianco. L'anno dopo, con I vitelloni, si afferma definitivamente e inizia la sua scalata verso il successo che gli frutterà ben 5 Oscar (l'ultimo alla carriera) e un'infinità di premi e di riconoscimenti. Sposa Giulietta Masina e con lei condivide la gioia del successo, il dispiacere di una paternità non realizzata e l'addio al mondo. Nel suo cinema - fatto di ricordi, di suggestioni, di sensazioni, di sogni, di poesia, di amore, di nostalgia, di umorismo, di musica, di incontri, di arte - si sono riconosciute intere generazioni di italiani. Avvalendosi della collaborazione di sceneggiatori di prestigio (come Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Tonino Guerra), della poetiche colonne sonore di Nino Rota, e di superbe interpretazioni di notissimi attori (Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Sandra Milo, Anthony Quinn, Alberto Sordi, Giulietta Masina), riuscirà a narrare trent'anni di storia italiana probabilmente come nessuno storico è mai riuscito a fare.

Questi i titoli dei suoi film più noti: La strada (1954), Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1959), 8 1/2 (1963), Giulietta degli spiriti (1965), Fellini-Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1971), Amarcord (1973), Il Casano­va di Federico Fellini (1976), La città delle donne (1979), Prova d'orchestra (1980), E la nave va (1983), La voce della luna (1990).

 

        

(Federico Fellini)