L'avvento del sonoro

  

   Dopo le prime entusiastiche accoglienze, gli spettatori comincia­rono inevitabilmente a rallentare il loro interesse per il cinema.

   Alcuni produttori finirono sull'orlo del fallimento e si impose l'urgenza di rinnovare in modo radicale un'arte che sembrava avere esaurito ogni novità e ogni  sorpresa. I fratelli Warner tentarono, allo­ra, di sollevare le sorti della loro casa di produzione eliminando il pianista o l'orchestra (che, guardando le immagini sullo schermo, erano soliti inventare ritmi e accompagnare la vicenda secondo l’estro del momento) e sperimentando il sistema “Vitaphone”, che utilizzava il sonoro inciso sul disco. La nuova invenzione, pur suscitando le critiche degli addetti ai lavori, affascinò il pubblico e, nel 1927, la Warner lanciò il primo lungometraggio "musicale-cantato" che abbinava all'immagine l'effetto sonoro con dialoghi, rumori e musiche. Il film, diretto  da Alan Crosland e interpretato dal cantante Al Jolson, era intitolato Il cantante di jazz è segnò la prima grande svolta del cinema. 

 

  

   L'innovazione, tuttavia, non fu né semplice, né gradita da tutti.

   Gli interrogativi e i problemi che essa imponeva erano tanti e di genere diverso: riorganizzare l'industria cinematografica, far coincidere la velocità dei fotogrammi  con quella del suono, adottare nuove apparecchiature, affi­dare nuovi compiti allo sceneggiatore, rinunciare a certi attori di bello aspetto ma dalla voce sgradevole e, soprattutto, affron­tare il problema della lingua nel caso di esportazione del film all'estero. Per risolvere quest'ultimo inconveniente, che apparve subito come lo scoglio maggiore per il destino commerciale del prodotto, si fece ricorso al doppiaggio e la "novità" spaccò in due i critici e  gli intellettuali. Anche tra i registi ci furono feroci oppositori (Murnau, Vidor, Clair e Chaplin) e grandi entusiasti (Dreyer, Lubitsch, Carné, Pudovkin, Eisenstein). L'eccessiva  preoccupazione dei primi "per il destino dell'arte più antica del mondo, quella della pantomima" (Chaplin) durò poco; ben presto anch'essi si convertirono al progresso della tecnica e, negli anni che seguirono, utilizzarono il sonoro per realizzare autenti­ci capolavori, tra i quali spiccano: Hallelujah! (1929) di King Vidor, Sotto i tetti di Parigi (1930) di René Clair, Luci della città (1931) di Charlie Chaplin.

 

                   

                                                 

 


 

Il premio Oscar

  

   Gli interessi economici che gravitavano attorno al cinema erano ormai diventati consistenti. Soprattutto in America le case di produzione stavano investendo  ingenti capitali e, nel 1929, i soci dell'Academy Award pensarono di segnalare all'opinione pubblica i film e quanti (registi, attori, sceneggiatori, ecc.) si erano maggiormente distinti nella realizzazione di essi, istituendo un premio cinematografico annuale. Nelle intenzioni degli ideatori la segnalazione doveva avere lo scopo di "elevare gli standard di produzione sotto l'aspetto educativo, culturale e scientifico" ed essere più che altro simbolica (una statuina di 5 kg, placcata in oro e alta 35 centimetri), ma ben presto il premio si rivelò il miglior sistema per propagandare i film e per fare aumentare gli incassi.

   Si narra che, quando lo scultore presentò per la prima volta la statuina, uno dei soci dell'Academy Award abbia esclamato: "Oh, Dio! Somiglia a mio zio Oscar!". Da ciò il nome di "Premio Oscar". In un primo momento si stabilì di assegnare 11 premi; con il passare degli anni, essi sono diventati 25 e ricoprono tutte le categorie (film, regia, attore e attrice protagonisti, attore e attrice non protagonisti, fotografia, montaggio, soggetto originale e non originale, sceneggiatura, colonna sonora,  effetti speciali visivi e sonori, film straniero, cortometraggio e lungometraggio, documentario, costumi, ecc…) e, per quanto si critichi l'interesse economico che spesso condiziona il giudizio della giuria, non esiste uomo di cinema che non sogni di ottenere almeno una volta questo ambito riconoscimento.

   

 

  


 

Il primo dopoguerra

  

   Durante la prima guerra mondiale il cinema attraversò un inevitabile periodo di crisi. Gli impegni dei governi si indirizzarono a sostenere le spese per gli armamenti e i registi si dedicarono so­prattutto alla documentazione di quanto avveniva nei vari fronti.     

   Quando la guerra finì, in coincidenza con gli assestamenti politici che si verificarono in molte nazioni, si produssero film di propagan­da diretti a sostenere i partiti nazionalisti che si stavano formando. Alcuni registi, tuttavia, riuscirono a realizzare film di assoluto valore, dimostrando che anche l'arte cinematografica può conquistare la sua indipendenza dalla politi­ca.

   In tal modo se, da una parte, vengono prodotti un po' dovunque film leggeri, comici  e musicali diretti a divertire la gente e a distrar­la dai problemi del momento, o spudoratamente a favore del regime, dall'altra, appaiono sugli schermi autentici capolavori. Le idee e i soggetti nascono dall'osservazione della realtà che propone debolezze morali, miserie, tradimenti, fame, malattia e morte.

    In Francia, Ewald Andreas Dupont narra con Variété (1925) una storia di tradimenti sotto il tendone di un circo e, in Germania, Georg Wilhelm Pabst con La via senza gioia (1925) descrive la povertà e la miseria di un quartiere di Vienna. Sotto accusa vanno anche la guerra (in West-Front 1918 (1930) dello stesso Pabst e in  All'ovest niente di nuovo (1930) di Lewis Milestone), i maniaci che uccidono bambini (in  M, il mostro di Dusseldorf (1931) di Fritz Lang), i professori severi a scuola e deboli di fronte alla tentazione (in L'angelo azzurro (1930) di Josef von Sternberg).  Quest'ultimo film, in particolare, merita di essere ricordato perchè segnò l'inizio della folgorante car­riera dell'attrice Marléne Dietrich, che divenne in poco tempo il simbolo della donna fatale, affascinante e sensuale, ma anche fonte di rovina per gli uomini.

 

       (Dupont: Varietè)       

 

                                                                                     

                                              (Milestone: All'ovest niente di nuovo)

 

 

 (Lang M, il mostro di Dusseldorf )