Il cinema nordico

    All'affermarsi del cinema industriale contribuì molto il fenomeno del divismo. Già in Italia, attrici come Lyda Borelli e Francesca Bertini fecero sognare un'intera generazione di spetta­tori che nella donna dello schermo vedeva incarnarsi l'ideale femminile. La "fabbrica dei sogni" che era nata ad Hollywood sfruttò al massimo la popolarità degli attori e fece diventare Douglas Fairbanks l'ideale maschile del dinamismo e del coraggio, Mary Pickford "la fidanzata d'America" e Rodolfo Valentino l'in­carnazione del latin lover.

             

Mary Pickford e  Rodolfo Valentino

    Negli anni della prima guerra mondiale (1915-1918) le cinematografie europee non ressero alla concorrenza statunitense, che impose ai paesi alleati i film prodotti ad Hollywood. Nei paesi nordici, tuttavia, si riuscì a compensare per un certo periodo la povertà dei mezzi a disposizione con la bravura di alcuni attori (come la danese Asta Nielsen e la svedese Greta Garbo) e con l'arte di alcuni registi (come i danesi Benjamin Christensen e Carl Theodor Dreyer, gli svedesi Victor Sjostrom e Gustav Molander, il finlandese Mauritz Stiller). I film del cinema nordico, per lo più di genere drammatico, si distinguono per l'atmosfera dei paesaggi, per le bufere di vento e neve che fanno da sfondo alle storie narrate, per gli interni lugubri delle case e dei castelli che diventano il simbolo delle passioni dei protagonisti.

   All'interno di questa cinematografia, merita una citazione particolare Carl Theodor Dreyer, uno dei grandi maestri della storia del cinema, che operò in ben cinque diversi paesi e che divenne un punto di riferimento per molti altri registi, soprat­tutto per l'importanza da lui attribuita alle inquadrature e ai "primi piani"  (La passione di Giovanna d'Arco  del 1928), per l'uso intelligente del sonoro (Vampyr del 1931) e  per il ritmo lento e magico della sua narrazione (Ordet del 1955).

  

 (Dreyer: La passione di Giovanna d'Arco) 

 


 

L'espressionismo tedesco 

 

   Nello stesso periodo in cui i fratelli Lumiére  portavano avanti i loro esperimenti sul cinema, anche in Germania venivano proiettate, tramite un primitivo apparecchio "Bioskop", alcune scene riprese con la macchina da presa "Kulberkasten". Il cinema tedesco, tuttavia, decollò solo durante la prima guerra mondiale, quando il governo, per contrastare la propaganda americana e per immortalare anche con le immagini la vittoria della Germania che sembrava imminente, assorbì le piccole case produttrici indipen­denti e creò l'U.F.A. (Universum Film Aktiengesellschaft), una società di produzione e distribuzione direttamente controllata dalle autorità.

   I film tedeschi di maggiore successo imitarono il genere drammatico e storico-spettacolare italiano e i nomi più rappre­sentativi di quella cinematografia furono quelli del regista Ernst Lubitsch e dell'attrice Pola Negri.

  

       

   

Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, tuttavia,  si affermò una nuova corrente che diede al cinema tedesco risonanza anche all'estero: l'espressionismo.  

   Il primo significativo tenta­tivo di cinema espressionista fu operato da Robert Wiene, il quale, nel 1919, realizzò Il gabinetto del dottor Caligari, un film di "ricerca" che si differenziava in modo netto dai prodotti spettacolari di Hollywood. I temi trattati dagli espressionisti - la solitudine, la pazzia, la ribellione, la disperazione, la morte, ecc. - apparvero subito inconsueti e rivoluzionari. Nella convinzione che il mondo esterno vive solo dentro di noi e che, pertanto, esso deve essere visto non con gli occhi del corpo ma con quelli dello spirito, i registi espressionisti portarono sullo schermo storie spesso fuori dalla logica, avvolte in atmo­sfere da incubo, con scenografie dirette a creare una voluta deformazione della realtà. Le vie cittadine strette e tortuose, i fanali contorti, le case piegate servivano a indirizzare lo spettatore verso un mondo fantastico, pieno di ombre, dove il sogno e la realtà si fondono e si confondono.

  

(Wiene: Il gabinetto del dottor Calidari)

  

   A questa esperienza si ricollegò anche quella del Film-Kammerspiel (o "film-teatro da camera"), la cui azione si sviluppava tra pochi personaggi e in ambienti ristretti, adatti a sottolineare un film intimo e psico­logico.

   Pur avendo in seguito influenzato la cinematografia di altri paesi (anche per il fatto che molti registi tedeschi emigrarono in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti), i film più celebri dell'espressionismo furono realizzati nel breve giro di 4 anni. Tra essi, non si può fare a meno di includere i seguenti:  Golem (1920) di Paul Wegener ed Henrik Galeen,  La rotaia (1921) di Lupu-Pick, Nosferatu, il Vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm  Murnau, Destino (1921), Il Dottor Mabuse (1922) e  Metropolis (1926) di Fritz Lang, Il gabinetto delle figure di cera (1924) di Paul Leni.

  

 

(Lang: Metropolis)

 


 

Il cinema e le altre arti: l'avanguardia francese

 

   Da fenomeno di baraccone, snobbato e criticato dai ricchi e dai borghesi, il cinema diventò, nel periodo che va dal 1924 al 1930, riconosciuta e apprezzata forma d'arte.

   Un ruolo importante, in tal senso, lo svolsero alcuni registi francesi (Marcel L'Herbier, Jean Epstein, Germaine Dulac) che, animati dalla ricerca di novità, diedero vita alla cosiddetta "avanguardia", sperimentando nuove tecniche di ripresa e coinvol­gendo intellettuali e spettatori in appassionate discussioni all'interno dei "ciné-club".

   Su tutti si distinse Abel Gance che lavorò per quattro anni alla realizzazione del film Napoléon (1924-27), avvalendosi della collaborazione di altri cinque registi, di sei operatori, di diversi produttori e di un' inter­minabile lista di attori e tecnici. Il film, che ripercorre la vita del grande imperatore francese dalla fanciullezza ai fasti della sua carriera, nonostante una drastica riduzione della pellicola da 12.000 a 5.000 metri, aveva una durata di quattro ore e mezza e alcune scene vennero proiettate contemporaneamente su tre schermi ottenendo straordinari effetti.

  

 (Abel Gance : Napoléon)

 

   Fu in questo clima di rinnovamento - un clima che coinvolgeva anche la pittura, la letteratura e la poesia - che fecero la loro prima comparsa altri registi (René Clair, Jean Renoir, Jacques Feyder, Luis Bunuel), i quali, in seguito, occuperanno posti di asso­luta importanza nella storia del cinema.

   Clair, legato alla poetica dadaista, si impose all'attenzione con Entr'acte (1924), un film imperniato sul sogno come pretesto per criticare la vanità e l'orgoglio degli uomini. Renoir, nono­stante la povertà dei mezzi a sua disposizione, realizzò una versione cinematografica della fiaba di Andersen La piccola fiammiferaia (1927), incantevole per l'atmosfera in essa ricrea­ta. Feyder diede un saggio di realismo filmico con Thérèse Raquin (1927). Bunuel, di origine spagnola, rese omaggio al suo conna­zionale Salvator Dali con due film surrealisti - Un chien andalou (1928) e L'age d'or (1930) - nei quali, utilizzando sequenze immaginarie e assurde, affrontava gli stessi temi che appassiona­vano alcuni letterati del primo Novecento: la disperazione, il terrore e l'anarchia.

 

                            

             René Clair                Jean Renoir          Jacques Feyder          Luis Bunuel