Gli inizi: i fratelli Lumiére 

   Ormai quasi tutti gli storici concordano sulla data di nascita del cinema, sugli inventori ufficiali, sul luogo dove fu proiet­tato il primo film. Il 28 dicembre del 1895, August e Louis Lumiére, presentarono il primo spettacolo cinema­tografico ad un pubblico pagante, composto di 35 persone, nel Salone Indiano del Gran Café

del Boulevard des Capucines di Parigi.    

http://www.tufs.ac.jp/ts/personal/ykawa/2nen2006/groupeA.html 

(August e Louis Lumiére)

 Con il titolo un po’ vago di Soggetti d'attualità, i due fratelli francesi proiettarono immagini di lavoro (come L'uscita dalle officine Lumiére a Lione) e scene di vita familiare (come La colazione del bebé). La lun­ghezza di ogni pellicola era di 15-16 metri e l'intero spettaco­lo, composto di 10 film, durava poco più di venti minuti. Due giorni dopo, il giornale parigino Le Radical definiva il cinema­tografo come "una meraviglia fotografica" e, nonostante l'afflui­re di un pubblico sempre più numeroso, nessuno (nemmeno gli stessi inventori) si rese pienamente conto dello straor­dinario percorso che questa invenzione avrebbe fatto nell'arco di un secolo.

  

 

 

 

 

   La causa di questa iniziale sfiducia in un mezzo che affascinava, ma che era ancora tutto da scoprire, va ricercata, probabilmente, nel fatto che l'ambizione maggiore dei primi autori fu quella di riprodurre la realtà quotidiana nel suo movimento. E tale rimase la funzione del cinematografo per alcuni anni, fino a quando - intorno al 1899 - quello che viene considerato "il secondo padre del cinema", Georges Méliès, non introdusse un elemento che mutò la proiezione della pellicola da affascinante dimostrazione scientifica a nuova forma di narrazione: il soggetto. In altre parole, Méliès svelò le attitudini narrative del cinema e trasformò la curiosità in un vero e proprio spettacolo. Ricostruendo i suoi racconti in un teatro di posa, egli inventò una serie di trucchi e riuscì persino ad anticipare il colore dipingendo a mano le immagini impressionate sulla celluloide.

 

 

(Méliès: Viaggio sulla luna)

    Le invenzioni dei fratelli Lumiére e di Méliès ottennero popolarità e successo e, in breve tempo, anche altre nazioni si interessarono sia allo sfruttamento dell'apparecchio cinematogra­fico, che alla realizzazione di film a soggetto. Si trattava, ancora, di iniziative private e sperimentali, senza una vera e propria  organizzazione industriale, ma i tempi erano già maturi. Nel 1896, i fratelli Pathé, che fino a quel momento si erano interessati di fonografi, decisero di investire buona parte del loro capitale nella nuova invenzione e fondarono a Vincennes, in Francia, la prima casa di produzione cinematografica. Nel giro di pochi anni, il “Cinématographes & Films Pathé Fréres de Paris” diventerà un autentico  impero, controllando e  monopolizzando, dalla produzione alla distribuzione dei film, l’intero esercizio cine­matografico.

 

 

 

 

 

 

 

(I fratelli Pathé)


 

   I primi grandi registi: Pastrone e Griffith 

 

    "La novità del secolo" non nacque come un’improvvisa invenzione dei fratelli Lumiére. In altre parti d'Europa e negli Stati Uniti, artigiani e scienziati da tempo si industriavano a perfezionare strumenti che potessero riprodurre il movimento delle immagini, come la “lanterna magica”, il “praxinoscopio”, il “dagherrotipo”, il “kinetoscopio”, ecc. Per questo, quando la notizia di ciò che stava avvenendo in Francia raggiunse altri paesi, nessuno fu colto di sorpresa e, nel breve giro di pochi anni, grazie a una serie di ulteriori contributi e ritocchi, si assistette alla nasci­ta delle prime cinematografie nazionali. I maggiori progressi si registrarono in Italia (sotto l'aspetto artistico) e negli Stati Uniti (per quanto riguarda la produzione).

 

 (Lanterna magica)

    Gli industriali e i registi italiani si specializzarono nella realizzazione di film insolitamente lunghi (due-tremila metri di pellicola), capaci di affascinare il pubblico sia per la storia che raccontavano, sia per le novità tecniche e scenografiche che presentavano. Il film più rappresentativo di questo periodo è, senza alcun dubbio, Cabiria. Diretto da Giovanni Pastrone nel 1913, questo primo kolossal della storia del cinema deve la sua fortuna anche alle didascalie curate da Gabriele D'Annunzio che, in quel periodo, godeva di fama internazionale. Il pubblico si entusiasmò alla vicenda della piccola Cabiria, catturata dai pirati, venduta come schiava a Cartagine  e salvata un attimo prima di essere immolata al dio Moloch. Le gesta del coraggioso giovane romano Fulvio Axilla e del suo erculeo liberto Maciste fecero il giro del mondo e molti registi e produttori utilizzarono il film come oggetto di studio per l'argomento storico-mitologico che trattava, per il modo in cui il regista aveva diretto le scene di massa e per il fascino e l'imponenza della scenografia.  

 

    L’afflusso maggiore di spettatori si registrò negli Stati Uniti, dove alcuni proprietari di Nickel Odeons (che erano quelle sale cinema­tografiche dove l'ingresso costava cinque centesimi di dollaro o nickel) tentarono di opporsi all'egemonia del gruppo che faceva capo ad Edison offrendo spettacoli della durata di mezz'ora, per lo più di genere western. Intuendo l’importanza economica dello spettacolo  cinematografico, alcuni produttori e registi americani pensarono di risolvere i problemi di ordine pratico trasferendosi ad Holly­wood, un quartiere nei dintorni di Los Angeles, e  creando quella che sarà “la città del cinema”.  E' qui che un altro pioniere del cinema, David Wark Griffitth, realizzando i suoi film più importanti - da Nascita di una nazione (1914) a Intolerance (1916), da Giglio infranto (1919) a Le due orfanelle (1922) – contribuirà a fare affermare definitivamente il mezzo e il linguag­gio filmico.

 

 (Griffitth: Intolerance)

 


 Il cinema comico 

   I primi spettatori si recavano al cinema soprattutto per curiosità. Si trattava di gente del popolo talmente ingenua da spaventarsi quando sullo schermo veniva proiettato L'arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat (1895) dei Lumiére, o quando il bandito Broncho Bill, ne L'assalto al treno (1903) di Porter, le puntava contro la sua pistola. I ricchi e i borghesi, reputando sconveniente assistere ad uno spettacolo popolare, si rifiutavano di entrare in quelle sale; solo in un secondo momento, e grazie alla realizzazione di film dal contenuto storico, religioso o culturale, si convinsero dell'importanza che il cinema stava assumendo.

   Alla curiosità iniziale si aggiunsero la distensione e il divertimento. Già con L'innaffiatore innaffiato (1895) dei Lumié­re il pubblico si era sbellicato dalle risate per un puerile scherzo giocato da un monello ad un giardiniere; qualche anno dopo, Emile Cohl inventò il disegno animato e, a partire dal 1908, il geniale Max Linder si presentò come pagliaccio in abito nero coinvolto in imprevedibili situazioni comiche. Il suo esem­pio fu seguito dagli italiani Cretinetti e Tontolini e dalla scuola comica americana che fece capo a Mack Sennett e a Charles Chaplin.  

 

 (Mack Sennett)

 Il primo (Sennet), sfruttando al massimo i trucchi e la tecnica, creò situazioni inverosimili e assurde e inserì l'inse­guimento come insostituibile elemento di comicità. Il secondo (Chaplin), perfezionando il personaggio di Charlot, inventò la più celebre maschera di tutta la storia del cinema. Charlot è un clown miserabile ma ricco nell'animo, un omino apparentemente ridicolo e perdente che, in realtà, fa riflettere sui vizi e sulle virtù della società conservando sempre la sua dignità di uomo. Con il suo buffo cappello, i baffetti a punta, il bastonci­no di giunco flessibile, la giacchetta incredibilmente stretta e corta, i pantaloni e le scarpe esageratamente larghe, questo personaggio, dopo avere affascinato gente di ogni nazione, diven­terà il simbolo della semplicità e della rettitudine. Chaplin, dopo averlo interpretato nelle prime comiche del 1915, lo model­lerà a suo piacimento e, divenuto autore, regista e produttore dei suoi film, lo renderà protagonista di una serie di capolavo­ri.

   Ma a Chaplin e a Charlot è doveroso dedicare, in seguito, uno spazio maggiore.