Pricò e gli altri  (quarta di copertina)

Il cinema neorealista, nella sua breve ma incisiva stagione, ha ripetutamente messo in evidenza il ruolo dei ragazzi. Non sono personaggi secondari, giacché più volte viene affidato proprio a loro il ruolo di principali interpreti dei mutamenti, degli umori e delle contraddizioni della società italiana nel secondo dopoguerra.

 

Il futuro che i ragazzi del neorealismo vorrebbero è completamente diverso da quello prospettato dagli adulti. Per questo, da semplici spettatori e da testimoni impotenti, essi diventano interpreti assoluti della ricostruzione. Pricò, il protagonista de I bambini ci guardano di De Sica, guida il gruppo non solo perché è il personaggio che in ordine cronologico ci viene proposto per primo, ma anche perché in qualche modo anticipa e comprende le ansie e i turbamenti di un’intera generazione. Egli guarda gli adulti, non capisce il loro modo di agire, li giudica, li condanna. Quelli che verranno dopo, gli altri, avranno comportamenti analoghi, ad eccezione di Totò il buono di Miracolo a Milano, figura volutamente proiettata da De Sica e Zavattini in un mondo fiabesco e fuori dalla realtà.

 

Il confronto tra adulti e bambini è, in tutti questi film, un tema comune. E comune è anche il risultato che solo in apparenza sembra avvantaggiare i primi. In realtà, a vincere sono sempre i secondi. Ed è come se, operando questa scelta, i registi del neorealismo volessero dichiarare i loro intenti: visto il fallimento degli adulti, per la ricostruzione dell’intero paese è necessario fare affidamento sui ragazzi.